la t/Terra e la crescita

L’agricoltura è oggi un nodo centrale dove si intersecano quasi tutti i piani di liberazione e i dispositivi di dominio. Ammesso e non concesso che fino agli anni ’80 ci sia stata una centralità della classe operaia impiegata nella fabbrica fordista, ora questa centralità – almeno in parte – passa di nuovo dall’agricoltura, che è un vero paradigma della biopolitica contemporanea. Ambiente, multinazionali, ogm, biotecnologie, biodiversità, lavoro migrante, controllo del territorio, agroenergia… fino alla svalutazione dell’esperienza sensoriale, sono tutti nodi che intrecciano il settore dell’agricoltura. Basta pensare a ciò che unisce il processo di trasformazione dell’agricoltura e del sistema alimentare alle lotte per i diritti. Entrambe dipendono sempre più dalla produzione e dal controllo dell’informazione. Dell’informazione genetica per quel che riguarda l’agricoltura. Una delle lotte più interessanti degli ultimi anni è quella contro le multinazionali che rivendicano la proprietà dell’informazione genetica contenuta nei semi. Ecco allora che culture materiali, agricoltura e culture immateriali e cognitive si intersecano proprio nel campo dell’agricoltura. Una cospirazione sociale deve partire anche da una nuova agricoltura che valorizza la biodiversità, che comprende tra i propri obiettivi la qualità delle relazioni sociali (che altro non sono che i rapporti di produzione), la qualità dei prodotti e lo sviluppo equilibrato tra agricoltura, turismo responsabile, cultura. Proprio per questo è necessario anche una mutazione nella lettura del nodo “agricoltura” e un cambiamento dell’immaginario, per proporre nuove e più efficaci strategie.
Negli ultimi mesi l’ambiente e l’agricoltura sono scomparsi dai radar, soffocati dalla paura dello spread, della crisi, del default. Non solo in Italia ma in tutta Europa e in tutto il mondo. Si è appena chiuso a Durban la Cop 17, l’ultima conferenza sul rinnovo degli accordi di Kyoto per il contenimento delle emissioni che sono all’origine dei cambiamenti climatici. Scienziati di tutto il mondo, insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non è successo nulla! Se i media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell’attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi.
Il Pianeta viene sconvolto sempre più dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili. Cielo (clima) e terra (suolo) si uniscono nel provocare disastri che non hanno altra origine che l’incuria e il profitto, e che mille “piccole opere” di salvaguardia del territorio (invece di poche “Grandi opere” che concorrono al suo dissesto) potrebbero invece prevenire.
Di tutto questo non troverete la minima traccia nella presentazione del nuovo governo, dove le parole ambiente e agricoltura non vengono mai nominate. La cultura ambientale, paesaggistica, agricola… che sono ormai “scienza della sopravvivenza”, sono fuori dall’orizzonte mentale di Mario Monti, e dei suoi ministri (il nuovo ministro dell’Ambiente, da sempre oppositore degli accordi di Kyoto, ha riproposto l’opzione nucleare all’indomani del referendum che l’ha affossata. D’altronde è sempre stato lui il vero ministro, dietro la faccia della Prestigiacomo: alla faccia della “discontinuità”).
Eppure la cultura ambientale potrebbe e dovrebbe essere una bussola per il cambiamento del sistema economico (e di ogni prodotto che usiamo o consumiamo, dalla culla alla tomba). È necessario mettere al centro del programma di mutazione una vera politica agroalimentare, una politica di salvaguardia dell’ambiente. Compito dei governi è rilanciare la “crescita” (una delle parole più vuote del vocabolario politico). Dalla “crescita” dipenderebbe il rilancio dell’occupazione, la salvaguardia di quel che resta del welfare, il futuro e la dignità di tutti quelli che oggi sono ai margini del mercato del lavoro o tartassati da un’occupazione precaria. Ma la “crescita”, per Monti e quelli come lui è solo un rapporto contabile: quello tra Pil e debito. Il liberismo (chiamiamolo con il suo nome: capitalismo) è comunque e sempre una rappresentazione falsa, mitologica e sviante della realtà, che impedisce di capire quello che succede nel mondo e, soprattutto, fa da copertura a interessi che stanno portando il pianeta, e la sua economia, verso il disastro. Una cultura vuota e pericolosa, una “dittatura dell’ignoranza”.
Il terreno su cui ciascuno di noi – ciascuno di coloro che sentono di appartenere a quel 99 per cento degli abitanti della terra calpestato dagli interessi del rimanente 1 per cento – si dovrà misurare con questo governo nei prossimi mesi e anni, ma – non illudiamoci – anche con governi futuri, è dunque innanzitutto il confronto tra la cultura espressa dai governi stessi e una cultura totalmente altra; tra le conseguenze e le iniziative che derivano da queste opposte visioni. Loro possono contare sulla forza del denaro e sulla forza delle armi – quelle impiegate in Iraq, in Libia e in Afganistan, tutti “episodi” di cui Monti nemmeno fa cenno – ma anche quelle della militarizzazione della Val di Susa e dell’inceneritore di Napoli: per imporre a una popolazione renitente quelle Grandi opere che uccidono territorio, socialità e salute. Noi invece possiamo contare su un moto di indignazione che ribolle in tutto il mondo, sulla consapevolezza di dover salvare la Terra e le nostre vite dal disastro – e sulla volontà di farlo – ma anche su mille e mille esperienze e pratiche di lotta, di organizzazione, di modi di lavorare, di stare insieme, di consumare e di produrre, dentro cui sono cresciuti i nostri saperi e la nostra cultura. Tutte cose poco appariscenti che oggi possono sembrare piccole e insignificanti, ma che sono il sale della t/Terra e una bussola per navigare verso il futuro. Questi saperi dobbiamo valorizzarli e diffonderli; fare di tutti coloro che ci circondano e con cui entriamo in rapporto degli “esperti” di vere fonti rinnovabili, di efficienza energetica, di agricoltura contadina, di alimentazione sana, di gestione dei suoli… perché è con queste conoscenze che si costruiscono le piattaforme rivendicative condivise e l’autogoverno dei territori. Questa – chiamiamola come vogliamo – è la nostra crescita.
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